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SCN-ECUADOR: Fossi in te, partirei

2018_michelangeloCiò che cercherò di fare attraverso le parole che seguiranno, sarà quello di raccontare la mia esperienza in Ecuador, ma soprattutto stimolare le menti dei più avventurieri a farsi carico delle proprie paure e dei propri sogni partendo verso un’avventura da “una sola volta nella vita”, poiché il Servizio Civile non può essere svolto in più di una occasione.

Mi trovo in Ecuador dal 27 Novembre dello scorso anno in qualità di fisioterapista per la ONG OVCI. Il lavoro che svogliamo nella provincia di Esmeraldas non è affatto semplice, a volte nemmeno gratificante quanto ci si potrebbe immaginare, ma è qualcosa che ti pone di fronte a delle realtà davanti alle quali nemmeno il più glaciale tra gli uomini può rimanere indifferente, ed è proprio qui che risiede la bellezza di ciò che stiamo facendo.
Esmeraldas è la provincia ecuadoriana con la più grande densità di popolazione “afro” del Paese, il cui insediamento in queste terre risale al XVI secolo, oltre ad essere anche una delle più povere dell’Ecuador.
OVCI, attraverso programmi di riabilitazione su base comunitaria (RBC), di sensibilizzazione rivolta alla popolazione e di formazione professionale, lavora per l’inclusione delle persone con disabilità all’interno della società.

Prima di sbarcare in Sudamerica la mia fantasia volava, immaginando, presuntuosamente, scene di persone che mi avrebbero accolto manco fossi stato Clark Kent. La realtà esmeraldeña risultò immediatamente differente dalle fantasie europee, trovandomi spesso in situazioni difficili da comprendere, ma soprattutto da accettare. Non trovavo la chiave per decifrare le azioni e i comportamenti di questa gente; l’unica cosa che mi riusciva era di criticare e riempirmi di “perché?” senza risposta. Eppure avevo sentito parlare così bene di questo posto e del suo popolo da tutti i ragazzi partiti negli anni precedenti. Raccontando del calore della gente, quasi potevi apprezzare nei loro occhi le lacrime prodotte dai quei ricordi sudamericani.

Il forte contrasto culturale lo percepivo specialmente durante il lavoro.

2018_michelangelo_visita domiciliareLe visite domiciliari, svolte insieme alla promotrice di turno, erano una roulette di emozioni. Rosso, soddisfazione e felicità. Nero, sconfitta e rabbia. In quei primi mesi però avevo la percezione che nella mia roulette ci fossero più caselle nere che rosse. Il rosso erano quelle mamme (rarissime volte si può parlare anche di padri) che , nonostante le condizioni di vita, riescono a dare dignità ed affetto a quel figlio nato con una disabilità. Le caselle nere, invece, erano la rappresentazione di quelle famiglie la cui accoglienza si manifestava attraverso il silenzio e la più totale indifferenza. Tu parli, provando a spiegare delle semplici manovre e dispensando qualche consiglio affinché le condizioni fisiche del bambino possano trovare alcun tipo di beneficio, ma la loro mirada non si posa su di te per più di cinque secondi, tornando nuovamente verso la più attrattiva ed interessante televisione. Queste erano le visite da cui uscivi con le ossa a pezzi. Appesantito e triste perché dentro di te sapevi di non aver cambiato nulla per quelle persone che avrebbero avuto necessità.

Solo il tempo, tanti soliloqui e infinite discussioni con Eleonora, la ragazza con la quale condivido questa esperienza, hanno permesso che, poco a poco, quei “perché?” svanissero e quelle caselle nere diventassero rosse, a tal punto che ad oggi rappresentano la maggioranza. Ho trovato la chiave solo una volta che ho smesso di criticare. Osservare e comprendere, nient’altro. Quelle famiglie che non mi prestavano attenzione oggi sono la mia sfida. Con l’esperienza acquisita durante nove mesi, ho capito che si deve arrivare a queste persone tirando fuori ogni tipo di strategia che si ha a disposizione, non arrendendosi allo sconforto iniziale. Sono io a dovermi adattare a loro, non loro a me (soprattutto perché è davvero difficile che si realizzi quest’ultima situazione). Mi guardo indietro e capisco che all’inizio avrei potuto dare di più se non fosse esistito questo muro tra me e loro. D’altronde è anche questo muro che dà un senso al nostro lavoro, e non c’è soddisfazione più grande dell’abbatterlo per poi scoprire che dietro si nascondeva quella “leggendaria” cordialità esmeraldeña.

Adesso Esmeraldas e l’Ecuador me li sento addosso, anche con le loro bellezze naturali che difficilmente dimenticherò. La varietà della flora che ti riempie gli occhi di quel verde tanto intenso che nessuna fotografia può rendergli onore. L’odore aspro del cacao che secca al sole nelle calde giornate lavorative. La ricchezza della fauna che si manifesta sotto forma delle più svariate specie di volatili. Gli immensi vulcani che vegliano ogni tuo viaggio nelle terre ecuadoriane. La diversità etnica che nessuno potrebbe immaginare così marcata in un Paese tanto piccolo, dalla costa all’Amazonìa, passando per la sierra. Le innumerevoli tradizioni culturali che ancora vivono forti nella quotidianità della gente, attraverso gli usi e costumi originali, che ti portano indietro nel tempo di cinquant’anni, quando tutto questo folclore si poteva ancora respirare nella nostra penisola.
Questo spazio di vita mi sta insegnando e donando tanto, sotto qualsiasi aspetto, ed è proprio per questo che spero di aver seminato curiosità nella mente di qualcuno, al quale auguro di poter affrontare la propria esperienza da “una sola volta nella vita”.
PAY ECUADOR!
(“pay” indica la parola “grazie” nell’antica lingua kichwa, ancora oggi parlata in molte zone del Sudamerica)

Michelangelo Moretti – SCN ad Esmeraldas con OVCI

Per approfondire i progetti di Servizio Civile con OVCI

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